Accardi, Fioroni, Merz, Rama, poker di regine nell’arte e nella vita
Un po’ di tempo fa – era il 1996 – curai un libretto per il Salone di Torino che quell’anno era dedicato alle donne. Il libro, a me commissionato per conto del Salone dalla Rizzoli, si intitolava “La prima volta” e il sottotitolo suonava così: “Scoprirsi donne nella vita e nel lavoro”. Il volumetto raccoglieva le confessioni di trenta donne come ora usa dire “realizzate”, cioè giornaliste e senatrici, attrici e imprenditrici e anche una suora – Giuliana Galli, una figura chiave del Cottolengo di Torino – sulla autorivelazione della loro identità sessuale. di Elisabetta Rasy Guarda Poker di regine nell'arte e nella vita
23 AGO 20

Un po’ di tempo fa – era il 1996 – curai un libretto per il Salone di Torino che quell’anno era dedicato alle donne. Il libro, a me commissionato per conto del Salone dalla Rizzoli, si intitolava “La prima volta” e il sottotitolo suonava così: “Scoprirsi donne nella vita e nel lavoro”. Il volumetto raccoglieva le confessioni di trenta donne come ora usa dire “realizzate”, cioè giornaliste e senatrici, attrici e imprenditrici e anche una suora – Giuliana Galli, una figura chiave del Cottolengo di Torino – sulla autorivelazione della loro identità sessuale. Un tema tipico della divulgazione culturale della recente fin de siècle, che appare, solo sedici anni dopo, molto datato. Le dichiarazioni risultarono tutte politicamente corrette, alcune più idilliache, alcune più dure, ma in generale piuttosto perbene. Tranne una. L’aveva scritta una gentildonna settantottenne che di femminilmente gentile aveva solo il primitivo nome di battesimo, Carolina, in seguito abbreviato, dietro suggerimento di Man Ray, nel più mordace Carol. Mordace soprattutto con il cognome: Carol Rama, un vero ruggito con quelle due erre ravvicinate. Carol, ora assai anziana essendo nata nel 1918, è stata mordace e scorretta anche nel suo lavoro, pieno di vagine e dentiere e falli galleggianti e altre immagini corporali inquiete nel suo segno da strega bambina, e come molte donne anticonformiste della sua generazione ci teneva a essere sempre trasgressiva, anche nei ricordi. Così nella testimonianza parlava, tra Orson Welles e Buñuel, molto e soprattutto di masturbazione. Io, appartenendo a una generazione trasgressiva per ideologia e conformismo, ero molto più “prude”, e sperai che suor Giuliana (torinese anche lei, a suo modo altrettanto originale) non lo leggesse. Ma devo confessare che di tutti quei souvenir femminili, a distanza di tempo, quello dell’indomita Carol è l’unico che ancora ricordo.
Mi è tornato in mente leggendo il volume che Rachele Ferrario ha dedicato a “Le signore dell’arte” (Mondadori, 180 pp., 18 euro), a quattro artiste che nella seconda metà del Novecento, sottolinea l’autrice, “hanno cambiato il nostro modo di raffigurare il mondo”: Carol Rama appunto, poi Carla Accardi, Giosetta Fioroni, Marisa Merz. Seguendo la via del femminile nell’arte non si poteva fare scelta migliore: tutte di prima grandezza, sicuramente in una – come al solito sgarbata – hit parade dell’arte donnesca le più importanti dalla metà del secolo scorso in poi. Ma sono artiste importanti tout court, anche se non si segue il criterio del sesso o del gender: sono importanti perché lo è il loro lavoro, senza distinzioni, né politiche né culturali, tra maschi e femmine. Ma Ferrario ha fatto bene a riunirle e a fare di ognuna il ritratto perché, al di là del valore del loro lavoro, ognuna ha una storia, questa sì di donna, interessante da raccontare. Un modo innovativo di stare sul fronte dell’arte e di affermarvi dei “capolavori di libertà”. Tutte hanno dovuto aprirsi un varco, farsi valere in milieu artistici differenti e molto maschili: quello dell’astrazione in cui ha mosso i primi passi Accardi, quello della Scuola di Piazza del Popolo dove Fioroni distribuiva le sue giovanili indimenticabili pennellate d’argento, quello dell’avanguardia letteraria dove è maturata Carol Rama e quello non meno virile, anzi tutt’altro, dell’arte povera, dove Marisa Merz ha cominciato a lavorare appartata ma senza finire incastrata nell’ombra del celebre marito Mario. Ma il punto veramente interessante, è che non solo le opere di queste quattro artiste non hanno niente in comune, ma neppure le loro vite. Ognuna anticonformista, libera, allegra o infelice, battagliera a modo suo, ognuna in un suo individuale e testardo tête à tête con la propria ispirazione. Cos’è dunque il femminile in queste storie d’arte e di vita? Forse l’ombra di un sogno, un ricordo, un’opzione, una favola. O semplicemente un materiale suggestivo da cui ogni stile personale ha tratto, differentemente, i suoi spunti.
di Elisabetta Rasy